Tentato femminicidio a Ribera

 

di Lina Amari

L’intera comunità riberese è sconvolta dal tentato femminicidio avvenuto a Ribera venerdì 11 gennaio, che ha come vittima una diciassettenne.

L’ex fidanzato non accettava di essere lasciato e ha chiesto alla ragazza un appuntamento in un luogo appartato per chiarirsi: all’interno del cimitero comunale. L’ha colpita con 20 coltellate al volto, collo e torace, salvata dall’intervento del custode che ha subito chiamato i soccorsi. La ragazza è stata sottoposta a un delicato intervento, adesso è in coma farmacologico all’ISMETT di Palermo.

Ribera, scorcio

L’avvocato del giovane che ha inferto 20 coltellate alla sua ex fidanzata, ha chiesto una perizia medica per verificare le condizioni psichiche del ragazzo. Non sappiamo se la famiglia abbia notato o meno comportamenti strani e li abbia sottovalutati, certo non poteva immaginare che avrebbe commesso un reato così grave. Nemmeno la ragazza aveva preso in considerazione una tale ferocia nei suoi confronti, una rabbia disumana da ridurla in fin di vita. In Italia altri due casi solo questa settimana, lunedì 14 in provincia di Pescara, un uomo che non accettava di essere lasciato ha tentato di uccidere la sua ex compagna dandole fuoco nell’ascensore  martedì 15 in provincia di Torino, un anziano ha ucciso a martellate la moglie e la figlia disabile, giustificando il gesto come preoccupazione per la loro vita dopo la sua morte.

L’Italia è il Paese con il maggior numero di femminicidi d’Europa e ha un altissimo numero di violenze consumate all’interno delle mura domestiche. Più che un fatto di cronaca nera, è diventato un fenomeno che tende ad aumentare progressivamente con modalità e scenari da film horror. La parola femminicidio include ogni pratica sociale fisicamente e psicologicamente violenta, che attenta all’integrità  allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità fino alla sottomissione o, nei casi peggiori, alla morte della vittima.

Perché sta dilagando nel Paese questo atteggiamento violento, maschilista e malato nei confronti delle donne?

Cosa sta succedendo agli uomini italiani?

L’amore e l’affetto c’entrano ben poco, la gelosia morbosa, il senso di possesso, la crisi post abbandono di mariti, amanti, fidanzati, che scatena la follia omicida è solo l’atto finale di un comportamento patologico di chi è incapace di gestire un conflitto o una separazione.

Una realtà sconcertante che vede sempre più donne “martiri della libertà”, così li ha definiti il giornalista di Raitre Riccardo Iacona.

Perché il fenomeno sta dilagando nell’ultimo decennio? Principalmente perché viene sottovalutato, stendendo spesso dei patetici veli pietosi per giustificare non si sa cosa. Il rifiuto di ammettere la gravità di un fenomeno che è solo la punta di un iceberg e nasconde una realtà ben più ampia di quella che viene raccontata. Quanti siamo a conoscenza di donne maltrattate o sono stati testimoni di violenze verbali, fisiche, psicologiche, sessuali, subìte da amiche, sorelle, cugine, nipoti, figlie, vicine di casa? E cosa facciamo? Niente. Preferiamo voltare il capo altrove, vuoi per non stuzzicare il cane che dorme, vuoi per il timore di accostarsi a un argomento scomodo che fa paura, vuoi perché tante donne sanno di essere potenziali vittime e preferiscono non “smuovere le acque”.

Pur di non farci coinvolgere e aiutarle, arriviamo perfino a addossare colpe alle vittime con giudizi che fanno accapponare la pelle aggiungendo altro dolore: perché dire a una donna che subisce violenza di qualsiasi genere, che in fondo se l’è cercata, è un modo per farle ancora violenza. Pur di liquidare in fretta la questione si arriva perfino a credere alle lacrime di coccodrillo o alle versione più svariate del violento, del criminale.

Nessun uomo e nessuna donna dovrebbe abbassare lo sguardo o voltarsi dall’altra parte davanti a questi crimini, perché la violenza è un crimine. Basta con mamme e papà accondiscendenti, che fanno finta di niente di fronte a comportamenti violenti del figlio. Ci vuole una sana educazione da parte di entrambi i genitori, che va impartita ai figli maschi in particolare, insegnandogli con l’esempio il rispetto e la parità in casa, e alle figlie femmine a non subire e sopportare qualsiasi tipo di violenza in nome “dell’amore e dell’unione familiare”.

Una cultura che obbliga la donna a sopportare le violenze, anche a rischio di morte, dove anche i minori presenti sono esposti e vittime collaterali di questi crimini, è una cultura malata. Troppe donne non denunciano, troppe donne decidono di annullarsi per il “quieto vivere”, donne splendide trasformate in bozzoli vuoti ai quali è stata tolta la gioia di vivere, che sorridono con le labbra ma hanno gli occhi spenti dal dolore. Che per paura di far arrabbiare ancor di più l’uomo, sopportano aspettando che gli passi; che si lasciano stuprare perché sono state educate e cresciute credendo che rientri nei loro doveri di donna. Infine, un consiglio a tutte le donne di ogni età: se avete avuto storie di violenze, mai accettare appuntamenti di chiarimenti da sole con gli ex. E’ una consuetudine comune dei violentatori e degli assassini che hanno già premeditato un femminicidio.

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