Memoria del suo teatro

 

A Giugno è’ morto il drammaturgo poeta Franco Scaldati. Muore un pezzo della mia vita , un pezzo della nostra città, la parte più nobile e bella. Una parte non solo di Palermo, ma dell’Italia che si riconosce nella poesia degli esclusi…

di Nicola Lo Bianco

Da giovane Franco Scaldati faceva il sarto, u custureri, diceva lui. Io non so se u custureri sia un mestiere “teatrale”, fatto sta che l’opera di Scaldati ha il ritmo, la fantasia, l’artigianalità, di colui che cuce dietro una persiana con un occhio dentro e uno fuori.E fuori c’è il vicolo, u chianu, l’abbanniu, il lustrascarpe, u robivercchi, lo storpio, il gobbo, tutti i personaggi di una umanità dimenticata, diseredata e struggente, sempre colta nella schiettezza del suo dire e del suo fare, nei suoi momenti ora di tenerezza ora di violenza.

Una umanità quella di Scaldati da contemplare. Una contemplazione non come nostalgia del passato, ma come possibilità di recuperare una fanciullezza di cuore e di mente su cui ricostruire la nostra vita falsificata e resa intollerabile da un sistema disumano e alienante.

Questo il teatro di Franco Scaldati non ce lo dice.Ma a questo ci rimanda il confronto con il nostro vivere quiotidiano.

Ed ecco -l’abbanniu-, questa nenia d’antico muezìn arabo, l’ -acchiana u patri cu tutti i so’ figghi-, il gioco che da bambini facevamo nei quartieri, -u cuntu da manu virdi-, la favola di -cu cerca u paisi unni un si mori mai-, la –fuitina-; la presenza quasi sempre di un personaggio che non si sa bene cosa sia: se un angelo, un folletto, u spirdu.

Una presenza significativa che richiama il sogno che ciascuno di noi si porta dentro.Ma il sogno non si può rappresentare nella sua interezza e profondità, ed allora si spezza e si trasferisce nei vari personaggi come cuntu, memoria, desiderio, emozione rivissuta.

Franco Scaldati ha fatto  rivivere l’espressione più antica e spontanea del teatro.

Parliamo di un certo tipo di teatro, quello per intenderci senza trine e merletti, immediatamente recepibile, che eredita, nella sua capacità di aprire un dialogo con un pubblico non omogeneo, la funzione degli antichi cantastorie in piazza.Un teatro, che, nella sua esigenza di ricostruzione della realtà, ha origini e forme profondamente popolari.

La sua poesia era sotterranea, veniva da lontano e prima di diventare suono, parola  gesto attraversava le sue viscere.

Sta qui il fascino del teatro di questo drammaturgo poeta:nel rifiuto di una realtà soffocante e mistificata, per recuperare il sogno:che non è fantasticheria,  è semplicemente il recupero di un’altra realtà che sta alle radici della nostra esistenza, pulita, trasparente.Una realtà popolare continuamente aggredita e offesa, a partire dalla quale possiamo immaginare e costruire riscatto e liberazione.

A questo punto il linguaggio, la gestualità, il movimento, le particolare sonorità della della parola e  musica, si fanno poesia evocativa, richiamano stati d’animo ed emozioni dimenticati, invitano a ripercorrere sensazioni e pensieri che al fondo sono di tutti.Perchè è quel che vorremmo essere e non siamo, o è quel che vorremmo avere e non abbiamo.

Guardare il teatro di Franco era un continuo sussulto di stupore.

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