di Pippo La Barba

Nel suo ultimo libro”Piantare uomini” Danilo Dolci sul filo della memoria”, edito da Castelvecchi, lo storico Giuseppe Casarrubea, che lo ha frequentato assiduamente, ripercorre le tappe del percorso civile e politico di Danilo Dolci, l’uomo che per primo tentò di scardinare le regole di connivenza tra mafia e organizzazione sociale

Il percorso e la vita straordinaria di Danilo Dolci, poeta, sociologo, educatore, attivista non violento, architetto mancato sono tratteggiati da Casarrubea con l’occhio vigile di chi ha vissuto, sia pur giovanissimo, le vicende che in una parte della Sicilia portarono nel secondo dopoguerra l’organizzazione mafiosa a reprimere con ferocia ogni anelito di libertà di chi voleva ribellarsi al giogo della sopraffazione e del dominio incondizionato degli aristocratici proprietari dei feudi e del loro braccio armato costituito dai gabelloti mafiosi. In questo contesto storico-politico irruppe Danilo Dolci, che nel 1952 si insediò a Trappeto, un villaggio di pescatori, per poi trasferirsi nel vicino grosso centro agricolo di Partinico.

Ma chi era Danilo Dolci quando venne in Sicilia?

Nato a Sezana, a pochi chilometri da Trieste nel 1924, aveva sin da ragazzo manifestato un’innata insofferenza verso i poteri costituiti, tanto da rifiutare nel 1943 la divisa della Repubblica sociale di Salò procurandosi l’arresto da parte dei nazifascisti. Sfuggito in maniera rocambolesca alla detenzione aveva trovato riparo in una casa di pastori di un piccolo borgo dell’Appennino abruzzese ( da lui ribattezzato Borgo di Dio) dove svolse un’intensa azione sociale. Poi, spinto dalla passione per lo studio, si era iscritto alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Ma nel 48, seguendo la sua inquietudine, aveva abbandonato gli studi per dedidicarsi totalmente, sulla scia delle idee pacifiste di Aldo Capitini, il Gandhi italiano, all’esperienza di Nomadelfia, la comunità fondata a Fossoli (frazione di Carpi) da Don Zeno Saltini.

Annota Casarrubea: “Quando Dolci arriva in Sicilia non c’è differenza alcuna tra regole sociali e regole mafiose. Le due cose coincidono a tal punto che bisogna avere un certo tirocinio per distinguere la sottile linea che separa l’organizzazione sociale della mafia, con le sue regole e le sue leggi, da quella legale, voluta, non dico dallo Stato, ma dal buon senso. Tutto è sotto controllo e basta fare un passo fuori posto per essere notati…”.

Le condizioni economiche dei braccianti e dei pescatori sono drammatiche, chi si ribella viene eliminato e succede di frequente che “le autorità inquirenti evitino la fatica di indagare, di avviare un’istruttoria…”. Dolci è un intellettuale, divoratore di libri, ma è anche un uomo d’azione e un formidabile organizzatore. Individuò subito nel cancro mafioso uno dei fattori del sottosviluppo della Sicilia occidentale. A Trappeto, villaggio di pescatori, viene accolto con minore diffidenza che a Partinico, grosso centro di contadini; ma le condizioni economiche sono le stesse: miseria e asservimento. Raccontano i pescatori di Trappeto: si era accorto che l’acqua del fiume Jato si perdeva in mare, mentre avrebbe potuto dare lavoro a tutto il paese e ad altri paesi vicini, irrigando le terre aride.

Così iniziò la battaglia per l’acqua, per la costruzione di una diga che avrebbe reso fertili quelle terre, portando l’acqua nelle campagne. Ma il potere pubblico non ci sentiva da quell’orecchio, da qui il digiuno di Danilo. Quando uno dei ribelli va a Palermo a parlare con il segretario del Presidente della regione per dirgli che Dolci sta morendo finalmente qualcosa si smuove. Nel 1953 nasce, con atto notarile, il Consorzio tra i proprietari dei terreni che avrebbero dovuto essere irrigati nella piana del partinicese.

Per più di un quindicennio l’azione di Danilo Dolci si rivela efficace, il raggio territoriale della protesta per il corretto utilizzo delle risorse idriche si estende all’area delle tre dighe (Jato, Alto e Medio Belice e Carboj).

Ma il consenso da parte dei politici è ancora lontano. L’imponente documentazione con cui Dolci supportava la battaglia per l’eliminazione dell’uso privato dell’acqua e la sua destinazione agli usi collettivi gli procurò una denunzia per diffamazione da parte dell’allora ministro Bernardo Mattarella e un lungo e penoso processo in cui alla fine i giudici, nonostante centinaia di testimoni a favore, gli avevano dato torto.

Non va sottaciuto infine il notevole contributo dato da Danilo Dolci a partire dal 1963 alla I^ e II^ Commissione di inchiesta antimafia, dove portò concreti e circostanziati elementi utili ad aprire squarci significativi nell’accertamento di verità scomode, come quelle di una innegabile contiguità tra taluni importanti mafiosi e uomini politici di rango.