LA STORIA OLTRE LA CRONACA

 

 

Nostra intervista a Piera Aiello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Pippo La Barba

Con il suo libro Maledetta mafia, scritto a quattro mani con Umberto Lucentini e edito dalla San Paolo, Piera Aiello, una delle prime testimoni di giustizia, dimostra che il ruolo delle donne è decisivo per sconfiggere la mafia sul proprio terreno, quello delle coperture familiari e ambientali.

Piera Aiello ha iniziato a collaborare nel 1991, subito dopo l’uccisione del marito Nicola Atria, figlio del boss mafioso di Partanna Vito, che era stato a sua volta eliminato nel 1985, poco tempo dopo il matrimonio di Nicola e Piera.

In realtà la sua ribellione era iniziata molto prima, quando aveva gridato in faccia al suocero di essere un mafioso, e quando aveva preteso da Nicola trasparenza, ottenendone in cambio solo botte.

Con il suo esempio trascinò anche la cognata Rita Atria che, spinta dal giudice Paolo Borsellino, divenne anche lei collaboratrice di giustizia e alla morte di Borsellino, in preda alla disperazione, si uccise buttandosi dall’appartamento in cui viveva.

“Capisco il gesto di Rita – afferma Piera alla presentazione del suo libro presso la sede della Bottega dei sapori e dei saperi della legalità di Palermo, associazione promossa da Libera – lei, a differenza di me, si è trovata sempre la famiglia contro, in primo luogo la madre e la sorella, che avevano una cultura mafiosa. Poi, quando è stato assassinato Borsellino, che era per lei un padre, non ha retto alla disperazione e si è uccisa”.

Tu invece hai avuto dalla tua parte i familiari?

“Sì. Mia madre mi è stata sempre a fianco; mio padre, amico del giudice Rocco Chinnici, mi sosteneva ugualmente, anche se mi raccomandava di stare molto attenta, perché temeva per la mia vita”.

Rita è divenuta l’emblema della battaglia delle donne contro la mafia, un’icona, anche per merito del film di Marco Amenta La siciliana ribelle.

“Quel film non è né una fiction, perché fa nomi e cognomi, né un film verità, perché rappresenta i due personaggi principali, Rita Atria e Paolo Borsellino, in un modo molto lontano dalla realtà. Amenta non è stato autorizzato dalla nostra famiglia ed è in corso un procedimento legale da noi promosso”.

Tu racconti nel libro episodi e circostanze che lasciano allibiti poiché mettono in luce carenze e distorsioni nell’utilizzo dei testimoni di giustizia.

“Non lo faccio per me, che alla fine me la sono cavata, ma per mia figlia, che a ventiquattro anni si ritrova senza un’identità e un ruolo sociale, e per i tanti casi analoghi”.

Che cosa non ha funzionato nei programmi di gestione dei collaboratori?

“Il termine gestionemi fa orrore, quasi fossimo strumenti inerti e non persone. E poi l’assimilazione sul piano dei benefici dei collaboratori ai pentiti, che sono nel migliore dei casi ex criminali, ma più frequentemente opportunisti incalliti, è la cosa più ingiusta e inumana”.

Ti senti tradita dallo Stato?

“Rifarei tutto, anche gli errori, perché bisogna tener conto dei contesti in cui si opera. Credo che la denunzia sia l’unica arma alla lunga vincente, anche se i costi sono elevati. Ma la mia serenità, che tutti mi riconoscono, è la riprova che alla fine tutto questo paga ”.

Quali sono in pratica le refluenze della denunzia sulla società?

“La cosa importante è il messaggio che trasmetti, per questo giro continuamente le scuole per far capire ai ragazzi le ragioni della mia scelta”.

 

 

 

 

 

 

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