di Pippo La Barba

 

Il diciotto agosto scorso, a San Cipirello, nella zona archeologica Monte Jato, per il ciclo di rappresentazioni dei Teatri di Pietra, è stata messa in scena Cassandra o del tempo divorato, interpretata da Elisabetta Pozzi.

In questa nuova versione, curata dalla stessa Pozzi, la figura di Cassandra, pur conformandosi al testo base di Euripide, si avvale delle integrazioni di diversi autori: da Seneca a Nietzsche, da Christa Wolf a Eliot, sino a Massimo Fini.

Il personaggio è affrontato in chiave contemporanea, identificandolo con una donna che ha la capacità di vedere il futuro non solo con un occhio rivolto al passato, che è divorato dal presente, ma assistendo impotente al consumarsi senza senso di una vita scandita da ritmi ossessivi che si proietta in un futuro incerto e poco rassicurante.

L’interpretazione di Elisabetta Pozzi,  ricca d’intensità espressiva, disegna una donna contemporanea nevrotica e angosciata dal depauperamento ambientale e dai ritmi innaturali della quotidianità. Questa donna, che ha il dono della profezia, non riconduce l’incerto futuro alla casualità, ma lo ricollega all’utilizzo colpevole del tempo da parte dell’uomo.

La circolarità della civiltà contadina, basata sui cicli naturali della produzione, consentiva una vita più lenta, per cui l’uomo si compiaceva del proprio lavoro correggendolo senza affanno, mentre l’odierna cupidigia lo rende ossessivo, non gli da il tempo di fermarsi a riflettere.

Le coreografie di Aurelio Gatti riproducono ambienti spettrali, sottolineati dalle danze sempre ripetitive di Carlotta Bruni e Rosa Merlino. Le musiche di Daniele D’Angelo sono delle nenie funebri che fanno da sottofondo a una vicenda di desolazione e di morte.

Uno spettacolo ben costruito quindi, che non tradisce il personaggio classico di Cassandra, arricchendolo di connotazioni attuali.