A vent’anni dalle stragi di mafia la Biblioteca dell’Assemblea regionale siciliana ricorda Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte  

Mercoledì 25 luglio – ore 21,30 – cortile Maqueda – Palazzo Reale  

Spettacolo-concerto “ORAZIONE PER GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO NEL GIORNO DI SAN ROCCO”, di Salvo Licata, con Mauro  Avogadro (voce recitante), Costanza Licata  (canto), Rosmery Enea  (pianoforte), Salvo Piparo (voce recitante), Arianna D’Arpa, Arianna Manzella e Giorgio Piazza (coro recitante). A cura di  Mauro Avogadro. Ingresso libero su prenotazione fino a esaurimento posti, tel. 091/7051111.

- L’Ucciardone, un grand hotel a 5 stelle nel quale circolano liberamente  casse di aragoste e champagne delle migliori marche, tanto che i boss mafiosi, ospitati in “suite”, possono brindare alle stragi che hanno ordinato per uccidere i giudici che li perseguitano. Questa è una delle immagini scioccanti che negli anni Novanta descrivono la Sicilia agli occhi dell’Europa sbigottita e dell’America alle prese con la “Pizza connection”.

Una penna sensibile – quella del compianto Salvo Licata, senza dubbio un maestro, giornalista-drammaturgo della Palermo moderna, che sul “L’Ora” e sul “Giornale di Sicilia” ha saputo meglio di chiunque interpretare la “palermitanità” tradizionale alle prese con i mutamenti della nuova violenza -  prova a ribaltare questa  immagine, per senso di responsabilità e di devozione verso una città che ha profondamente amato e che non merita tutto questo.

La sua opera nasce non a caso il 16 agosto del 1992. E’ il giorno che la Chiesa dedica a San Rocco, protettore dalla peste, il male dal quale la “Santuzza” Rosalia liberò Palermo e con il quale la stessa Chiesa indica la mafia.

L’ “Orazione per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel giorno di San Rocco” descrive  invece l’Ucciardone per ciò che realmente è: una  sorta di “inferno” diviso in gironi nei quali trovano posto tutti i nuovi tipi di male, di cattiveria, di malvagità con cui Cosa nostra vuole prevaricare e imporsi, impersonificati da topi, funghi velenosi e quant’altro, pur  se dentro il carcere si trovano anche palermitani, che sì hanno commesso errori, ma che nulla hanno a che  fare con quegli orrori.

E c’è pure un mafioso “vecchio stampo” che si rifiuta  di brindare e che manifesta  una macerazione interna di fronte al contrasto fra un’antica “morale”, sia pure inaccettabile, e gli eccessi delle stragi. Non è un pentimento, ma l’emergere delle contraddizioni di un sistema sbagliato e corrotto.

Salvo Licata, che dei carcerati “normali” ha sempre avuto grande rispetto, in quanto componenti di quella “palermitanità” che è il sangue della città, da un lato sta molto attento a tenerli distinti da quegli enormi mali, e dall’altro li utilizza come proiezione, dentro un Ucciardone trasformato in palcoscenico, degli antichi rioni e degli usi e costumi della gente alle prese con queste tragiche novità.

Il destino ha voluto che il testimone di questo messaggio passasse alla melodica voce della figlia di Salvo, Costanza, bravissima nel ricreare i canti melodico-arabeggianti che, in una sorta di codice segreto, i detenuti utilizzano notte e giorno per passarsi messaggi da un braccio all’altro del castello borbonico.