foto di Giulia Maggì

 

 

 

 

foto di Giulia Maggì

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nostra intervista a Gigi Borruso,

figura emergente del teatro contemporaneo

 

 

di Pippo La Barba

 

Borruso è attore, autore e regista. Vive e lavora a Palermo. Ultimamente ha rappresentato a Parigi, presso la sede del Consolato italiano, Luigi che sempre ti penza, un’opera teatrale sulla condizione dell’emigrante; prossimamente, sempre a Parigi, metterà in scena Errore umano, un testo da lui scritto per la Carovana antimafie.

Gigi inizia la propria attività di formazione come attore nel 1981 presso Teates, la scuola di teatro creata da Michele Perriera. Negli anni che vanno dall’ottanta al ‘90 recita in quasi tutti gli spettacoli di Perriera e insegna didattica teatrale in diverse scuole e realtà siciliane. Dal 1995 al 1999 collabora intensamente con il Teatro Biondo Stabile di Palermo allora diretto da Roberto Guicciardini.

Alla fine del ‘98 fonda la Compagnia dell’elica e avvia un proprio percorso di ricerca culminato, nel 2010, con la costituzione di Transit Teatro. Nel 2005 è chiamato a fondare la Scuola di teatro Comunale di Gibellina, che dirige sino al 2007. Nel 2006 riceve una segnalazione per il premio Tuttoteatro Dante Cappelletti con Luigi che sempre ti penza, la sua opera più rappresentata, di cui è anche interprete; con il medesimo testo nel 2008 è finalista nel premio Ugo Betti per la drammaturgia; nel 2009, con lo spettacolo teatrale Fuori campo, è il vincitore del premio Tuttoteatro Dante Cappelletti. Collabora con la RAI sin dagli anni ‘80 come autore, doppiatore, programmista regista; è voce fuori campo nel programma Mediterraneo su RAI 3.

 

Perché il ruolo dell’artista è di solito legato al concetto di precarietà?

L’attore è precario per motivi sociologici. E questo non solo nella nostra società; storicamente la sua attività non è stata mai garantita. L’attività artistica per definizione si regge sulla mobilità, sulla necessità di ricominciare ogni volta. L’atto creativo è un atto di ricominciamento.

La maturazione piena di un attore può fargli acquisire una capacità tecnica che ne limita la creatività?

La creatività è perenne, permane (o almeno dovrebbe permanere) in tutti i periodi. Quello giovanile è un periodo più turbolento, ma anche nella fase più matura nessuno può considerarsi arrivato. E’ sempre un continuo rimettersi in gioco.

Un bravo attore, anche se non condivide l’orientamento del regista, deve in ogni caso rispettare le indicazioni ricevute?

Il rapporto tra regista e attore deve essere un rapporto dialettico. Tanto più le indicazioni sono forti e fondate, tanto più l’altro è portato alla creatività. Tuttavia la creatività non vuol dire assenza di regole, è sempre in relazione a un limite. Il testo, specialmente se è un testo non attuale, può essere contestualizzato; questo non è da considerare un tradimento, ma a volte un rendergli giustizia.

Il regista può in certi casi ricavare degli imput dall’estemporaneità dell’attore?

Il lavoro del regista deve andare in profondità, quindi tanto più la sua idea è forte. tanto più deve ascoltare l’attore.

In una scuola di formazione per ragazzi il formatore ha un arricchimento professionale e umano attraverso lo scambio con l’allievo?

Chi dirige una scuola, o un laboratorio, non trasmette solo cognizioni tecniche, trasmette in primo luogo emozioni, e quando le sa trasmettere riceve a sua volta nella stessa misura.

In questi percorsi formativi esiste un metodo da adottare. C’è chi sostiene che perché l’azione formativa sia efficace bisogna usare le maniere forti?

Io parlerei di rigore, un formatore in ogni caso non deve mai usare metodi che feriscono la personalità di chi apprende.

Per un regista che sia anche autore che differenza c’è tra l’approccio a un testo scritto da altri e un testo di sua produzione?

L’approccio è senz’altro più critico quando hai a che fare con un testo tuo, perché sei emotivamente più coinvolto.

Forma di più un teatro stabile o un teatro privato?

Secondo me il teatro stabile ha una duplice funzione: salvaguardare la tradizione teatrale e avere un forte collegamento con il territorio, quindi valorizzare quello che potenzialmente il territorio può offrire. In questo lo stabile di Palermo è carente.

Da cosa nasce la tua immedesimazione nella condizione dell’emigrante?

Sono convinto che la gestione dell’emigrazione sarà la più importante questione che dovrà affrontare il prossimo secolo. In una civiltà multietnica e multiculturale lo “straniero” è un valore che dobbiamo riscoprire.

In che senso?

Come sosteneva un grande filosofo, “è debole colui che ama la propria terra solo perché vi è nato e ci vive; è più forte colui che trovandosi a vivere altrove ricorda la propria terra natale; è veramente forte colui che ovunque si trovi, si sente sempre uno straniero”.