di Manuela Zanni

L’espressione che si può leggere nel volto di qualsiasi persona “non palermitana” quando sente parlare di “festa dei morti” è , di certo, lo sgomento unito spesso alla disapprovazione più o meno tacita. Infatti, normalmente l’idea della morte è associata al lutto, alla tristezza e al dolore.

Basti pensare che già nell’antica Grecia e nella Roma classica, il canto funebre veniva affidato spesso a lamentatrici di professione, le cosiddette “prèfiche”, che venivano pagate per piangere, urlare, strapparsi i capelli e, addirittura, graffiarsi il viso, seguite da un corteo di mimi e danzatori. Il termine “prèfica” deriva dal latino “praeficere”, ovvero stare a capo, guidare. In questo caso, guidare il pianto: tanto che lo storico latino Festo, le definisce “donne chiamate a lamentare il morto che danno alle altre il ritmo del pianto”.

Vestite di nero e calze bianche, tra grida di dolore e strofe che celebrano le qualità del defunto, avevano il compito di vegliarlo e di accompagnarlo lungo il corteo funebre. Esse venivano chiamate dai parenti con l’intento non solo di onorare la memoria del loro congiunto, ma anche di dimostrare a tutta la comunità, con questi toni strazianti, quanto sia drammatica la sua scomparsa. E tanto più importante è il defunto, tanto più sono numerose. Combattuto per secoli, il loro intervento durante veglie e funerali si tramanda comunque in tutta Italia, ma si diffuse particolarmente al Sud, soprattutto in Campania ed in Sicilia.

Ma poiché per noi palermitani, si sa, “santu ca veni, festa ca fai”, ossia ogni scusa è buona per festeggiare e, soprattutto, per mangiare, la ricorrenza dei defunti si trasforma in un vero tripudio di luci, colori e sapori che ben poco ricordano la mestizia di un giorno dedicato alla commemorazione dei propri cari estinti.

Se si pensa che persino all’interno delle tombe paleocristiane rinvenute nei sotterranei di Palermo sono state trovate nicchie deputate al “rinfresco” con la duplice funzione di fungere da “conforto” dei parenti che andavano ad assistere alle esequie e di assicurare delle provviste al defunto nella sua vita ultraterrena, si può ben capire quanto sia ancestrale e radicata nella nostra cultura l’idea che il cibo possa superare anche i confini della morte, e quale modo migliore di farlo, visto che da buoni palermitani la cucina è il nostro forte, se non attraverso la preparazione di piatti dolci e salati in grado di, giusto per essere in tema, “fare resuscitare i morti”?

D’altra parte quello di “festeggiare” la dipartita nell’aldilà con banchetti che siano da “conforto” per amici e parenti del “de cuius” è un’usanza che si può riscontrare anche in altre culture, ad esempio gli antichi Romani dedicavano un culto particolare alle tombe dei propri “ familiaria”. Lo si faceva offrendo loro cibi, vini e profumi preziosi nella convinzione che tutto questo servisse per apparecchiare gli eterni banchetti dell’Aldilà. A volte si faceva in modo che le offerte arrivassero direttamente ai defunti attraverso tubazioni poste al di sopra delle tombe all’interno delle quali venivano versati alimenti e bevande (vino) fin sulle ossa dei sepolti all’interno del tumulo. In altri casi sono state addirittura rinvenute delle vere e proprie cucine dove si preparavano i lussuosi banchetti, detti “refrigeria”: i rinfreschi offerti ai defunti, ma mangiati dai parenti ancora in vita. A tali feste, normalmente organizzate in occasione dell’anniversario della scomparsa, i Romani tenevano molto al punto che alcuni si preoccupavano di allestire le feste in onore della propria morte mentre erano ancora in vita. Ciò accadeva soprattutto in casi in cui non vi erano discendenti o se il “morituro” non si fidava dei propri eredi ed allora vincolava la possibilità di beneficiare dell’eredità alla organizzazione, da parte di questi, di una “festa” annuale in sua memoria. Mentre tra il 13 ed il 22 Febbraio si celebravano i “Parentalia” durante i quali le famiglie portavano offerte alle tombe dei morti. In realtà queste usanze testimoniano che, nonostante da sempre si faccia il possibile per tenere il mondo dei morti distante da quello dei vivi, il confine che lega questi due mondi è talvolta così impercettibile da far credere che in alcuni giorni quali il 24 Agosto, il 5 Ottobre e l’8 Novembre, durante i quali si aprivano dei pozzi di origine etrusca, i defunti potessero tornare nel mondo dei vivi.

A maggio, poi, il “Pater Familas” (capofamiglia) si alzava a metà notte e camminava in casa a piedi nudi schioccando le dita per scacciare le anime dei trapassati ritornati nella casa. Dopo avere girato per tutte le stanze, giungeva sull’uscio e si lavava le mani in un bacile di bronzo e, gettando un pugno di fave nere fuori dalla porta aperta, diceva senza mai voltarsi: “getto alle mie spalle queste fave nere e con esse riscatto me ed i miei”. Infine, toccando di nuovo l’acqua, battendo forte la parete del bacile di bronzo il cui rimbombo serviva ad allontanare le anime dei morti, ordinava loro di uscire di casa ripetendo per nove volte: “Manes exite paterni” (Uscite, o Mani aviti!).

E giungendo ai nostri giorni, ancora oggi a Grumo in Puglia si crede che la notte tra il primo ed il 2 novembre si svolga per le vie la processione dei Morti: a tale processione i vivi, senza mai sollevare gli occhi e completamente assorti, possono assistere dai balconi guardando, nelle ore del silenzio notturno, dentro un catino o una bacinella contenente acqua; se vi si scorgesse riflesso un conoscente, non bisogna chiamarlo altrimenti si rischia di diventare muti o, addirittura, di morire. Ciò avviene la notte del 2 novembre perché in tale giorno si celebra la loro scomparsa dei defunti che escono dalla loro casa, il cimitero, e sfilano per le strade, proprio come fanno i vivi durante le feste patronali. Ma I Morti non amano il dialogo e gli schiamazzi come i vivi, preferiscono che i loro cari li ricordino in silenzio e nel raccoglimento della preghiera. Per un giorno i defunti ritornano nelle proprie abitazioni, nelle quali , per questo motivo, i vivi la sera del 1 novembre , prima di andare a dormire, apparecchiano la tavola nella convinzione che I Morti vi si siederanno e mangeranno. Negli anni l’usanza si è modificata: i banchetti per i Morti sono stati sostituiti da quelli che si fanno il giorno del funerale in casa dell’estinto, a favore dei familiari da parte di parenti ed amici.

Dopo quest’excursus affascinante tra alcune tradizioni legate alla ricorrenza dei Morti, sembrerà certamente meno scandalosa l’abitudine di noi palermitani di festeggiare questa ricorrenza proprio come siamo soliti fare per ogni occasione che riteniamo degna di nota. Ecco che nell’ultima settimana di ottobre, che precede la festività, i bar e le pasticcerie iniziano a riempirsi di variopinti frutti di martorana (pasta di mandorle), pupi di zucchero, mustaccioli, nucatoli e ossa di morto e nei negozi comincia un assortimento illimitato di giocattoli (bambole, cucine, peluches, pistole, fucili e biciclette) che rappresenteranno i doni che i morti nella notte tra l’1 e il 2 novembre porteranno ai bambini.

Contemporaneamente come funghi, per tutta la città, spuntano ad ogni angolo di strada le bancarelle illuminate da grappoli di lampadine scintillanti che incorniciano gli stessi dolci che si trovano nelle pasticcerie più rinomate ma di fattura più grezza e proprio per questo ancora più caratteristici con colori più accesi, a volte innaturali, ma è proprio questo eccesso a renderli unici. Degni compagni dei “compari castagnari” fino a quel momento indiscussi re della strada, disseminati ovunque sin dalla prima pioggia di settembre facendo sfoggio di “baldacchini“ dalla foggia antica e meravigliosamente decorata, i venditori ambulanti dispongono sulle loro bancarelle ogni sorta di dolciumi e leccornìa con l’unico scopo di offrire ampia scelta a ciascuno nella composizione libera del proprio “cannistru”, ovvero un cesto contenente un’ampia varietà di goloserie da consumarsi nel giorno della festa.

Ricordo ancora lo stupore ogni volta che, da bambina, la mattina la mia “caccia al tesoro” aveva come esito un cesto colmo di dolciumi e giocattoli che andavo raccogliendo per casa: c’erano i frutti lucidi e colorati, tanti tipi di cioccolatini dalle cartine iridescenti, caramelle a forma di spicchio d’arancia e di limone, gommose ripiene di liquirizia a forma di banana, e un bellissimo pupo di zucchero a forma di cavaliere dall’armatura scintillante. Per non parlare poi dei tanti giocattoli come Cicciobello, un enorme peluche a forma di tigre, una piccola cucina con utensili e ortaggi finti e così via. Ovviamente con un bottino così come si fa ad avere paura dei Morti? Forse è questo il segreto per avere, crescendo, un approccio non traumatico con la Morte, vederla il più possibile vicina a noi, quasi familiare, affinché di lei non ci spaventi l’ignoto.

Ancora oggi, come allora, usiamo mangiare la classica “muffoletta” ovvero una pagnotta condita con pomodoro, ricotta, olio, sale, pepe ,origano, parmigiano e acciuga , cuocere le caldarroste , degustare loti, carrube, datteri, fichi, e i cosiddetti “murticeddi “ovvero piccoli frutti verdi dal sapore aspro ma gradevole con proprietà (a parer mio) digestive che si possono trovare dai fruttivendoli della fiera dei Morti.

 

Come ogni anno, anche quest’anno, mi cimenterò nel tradizionale rituale della realizzazione della frutta di martorana “fai da te” di cui, di seguito, riporto la ricetta tradizionale alla quale nel tempo ho apportato delle modifiche in modo che, se voleste, potreste anche voi, dedicarvi a questa piacevole attività:

FRUTTA DI MARTORANA

Ingredienti (circa 30 frutti)

1 kg di farina di mandorle

1 kg di zucchero a velo (io preferisco metterne mezzo chilo)

4 cucchiai di glucosio

2 fialette di essenza di mandorla amara

8 cucchiai d’acqua

Stampini di gesso di diverse forme

farina

Colori alimentari

Lucidante alimentare

In una ciotola mescolare la farina con lo zucchero a velo, aggiungete quindi il glucosio, le fialette di mandorla e, infine , i cucchiai di acqua. Cominciate a fare amalgamare tutti gli ingredienti aiutandovi con un cucchiaio di legno e, quando vedrete che l’impasto comincia a “prendere corpo” continuate a lavorarlo con le mani su un ripiano liscio, avendo cura di raccogliere tutte le briciole che si staccheranno dal composto.

Quando avrete ottenuto una consistenza liscia, uniforme e leggermente oleosa, tagliate il composto in tante parti quante sono i tipi di frutti da realizzare. Cospargete gli stampini di farina per non fare attaccare il composto e inserite, esercitando una leggera pressione, la dose di pasta di mandorle necessaria per riempire ciascuno stampo. Una volta staccati “i frutti” con delicatezza, lasciateli asciugare almeno 24 ore .Procedete con la colorazione cercando di ottenere colori i più tenui e aderenti alla realtà possibile. Fate asciugare altre 24 ore. Infine, lucidate tutti i fruttini con il lucidante eccetto la “Pesca” che è l’unico frutto che nella tradizione palermitana rimane opaco.

A questo punto, che decidiate di farli da voi o di comprarli, auguro a tutti di trascorrere una “Festa dei Morti” serena e nel rispetto del ricordo dei vostri cari festeggiandone, perché no, il ricordo indelebile che essi hanno lasciato dentro di noi perché, in fondo ,se è brutto pensare che chi muore porta via con sé una parte di noi per sempre, è bello esser certi che una sua parte resterà per sempre dentro di noi.

(Alla mia adorata Betty)