LA STORIA CHE CAMBIA, (e noi non lo sapevamo!)

di Rosalinda Camarda

In seno alla mostra Ab Origine della collezione Piraino: abiti di personaggi fantastici, errori grossolani e quanto di meglio l’instancabile fucina palermitana possa sfornare

Abito di una mai nata Concetta Corbera di Salina

Anche questa volta il desiderio di risplendere, tipico della tristemente famosa sindrome panormita, ha prevalso sul buon gusto, travalicando finanche i confini del più elementare buon senso.

Abiti rossi più adatti alle luci soffuse del tabarin che indosso a dame dell’aristocrazia di provincia, merletti freschi di merceria e, in beffa alla nostra cultura di cui noi siciliani ci diciamo fierissimi, l’abito di una mai nata Concetta Corbera di Salina, protagonista del famosissimo Gattopardo che, secondo le nuovissime e inedite informazioni dell’esposizione, sarebbe stato scritto da Gioacchino Lanza Tomasi e non dal compianto padre adottivo, Giuseppe di Lampedusa. Chapeau per queste notizie che rivoluzionano il panorama letterario isolano.

Questa è Palermo oggi, dove la fantasia s’incarna goffamente per vestire i panni di una grottesca sub cultura, ben incipriata e mascherata. E se si pensa, plausibile una borghese e castigatissima mise per la “stella d’Italia” Franca Florio allora, come scritto dal Prof. Gabriele Arezzo di Trifiletti in una giustamente polemica lettera indirizzata al Giornale di Sicilia, la prossima volta troveremo “mantelli di Coriolano della Floresta o le tuniche di Lancilotto”.

E poi che dire se le nuove generazioni, magari cresciute senza la memoria di uno, cento, mille passati della nostra città, finiranno per sovvertire realtà con verità romanzate e a credere realmente che del denaro pubblico malamente speso e una targa fresca di tipografia possano giustificare fantastiche congetture e rocambolesche invenzioni.

Ma continuando la nostra passeggiata degli e/orrori, per le lunghe infilate di saloni affrescati, osserviamo ancora la sequela di abiti e accessori, molti appartenuti ad aristocratiche famiglie del capoluogo e non, mute testimoni di un diverso modo di vivere. Molte di queste, ormai estinte, non possono e non potranno godere di tanto spettacolo. Ma, tra quelle ancora viventi, sicuramente salta all’occhio quella dei Principi Ajroldi che, principi, non sono stati mai. La famiglia lombarda, infatti, decorata già dei titoli di Conte di Lecco e di Signore di Bellagio, comprò in Sicilia il marchesato di Santacolomba da Gaspare Santa Colomba e Denti e, successivamente, venne investita maritali nomine del ducato di Crujllas. Poca attenzione storica? O, nulla di strano, l’ennesimo refuso di stampa, se tale si può definire. Ma se di muti testimoni, si deve parlare, con una stretta al cuore pensiamo a tutte quelle famiglie che al silenzio sono ridotte. Tra queste quella dei Bonocore, già proprietaria dell’omonimo palazzo palermitano sito a piazza Pretoria e di una splendida villa ai colli, che attualmente è stata oggetto di radicale restauro. Affidandoci alla memoria storica del professore Gabriele Arezzo, nipote del Conte Gabriele Amari di San Adriano, scopre che quando il nonno acquistò la villa Monocordi nel 1920, la trovò priva di tutto e interamente da restaurare. Così come il palazzo di città, rimasto abbandonato per quasi duecento anni, saccheggiato prima e in seguito bombardato.

Bombardato come palazzo Lampedusa che, nelle memorie e nelle epistole alla sorella del suo famoso ultimo proprietario, viene descritto certosinamente con il grande trasporto per una casa amatissima e ormai inesorabilmente perduta. Di tutto quello, di più vite e dei loro ricordi lentamente accumulatisi nel corso dei secoli, non rimase che un libro e tre forchette. Figuriamoci dei vestiti!…

Non si può offendere, uccidere così il nostro patrimonio culturale e la nostra intelligenza, la memoria di persone che hanno realmente, e senza desideri speculativi, portato in alto lo stendardo della più vera e nobile sicilianità. Non ci si può improvvisare promotori d’arte, adducendo le responsabilità di madornali gaffe a refusi, a pacchiane facilonerie. Un ente che dovrebbe far cultura ha il preciso dovere di sovrintendere invece di scadere in dubbie rettifiche dell’ultima ora. E se non ci fosse stata una giustissima sequela di polemiche alla luce di quanto accaduto, cosa sarebbe successo? Il tutto sarebbe certamente caduto, con la nostra tipica mollezza, nelle comode maglie dell’indifferenza, madre della disinformazione.

Abito Polizzello

Ma non ha senso continuare, rischiando di scivolare in sterile polemica. Nei Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi, l’esule Giovanni da Procida cantava: O tu, Palermo, terra adorata… …alza la fronte tanto oltraggiata, il tuo ripiglia primier splendor! Proprio questo chiede la città, nella sua seppur piccola rappresentanza di gente che non si accontenta di cultura fast food. Vuole rialzare il capo e avere spiegazioni. Di grazia, si chiede dunque al Signor Piraino la certificazione ufficiale e la provenienza, altrettanto convalidata da esperti e storici, di quanto in suo possesso; ma anche qui nella speranza di non ripetere un copione già conosciuto dal 1997, quando i tredici cattedratici italiani di storia del costume, furono costretti a smentire, uno ad uno, addirittura la semplice conoscenza con il professor Piraino (*).

Riguardo all’abito della Florio, non è da escludere che possa esserle appartenuto, considerando la chiara fama della nobildonna e il certamente vastissimo guardaroba; creazioni sartoriali che, insieme ai leggendari gioielli e alle sue ancor più leggendarie bellezza ed eleganza, hanno fatto di una donna un mito. Ma tutto è da dimostrare, nonostante le palesi e collettive perplessità che nascono dall’abito in questione. E c’è da chiedersi: come mai gli organi competenti non hanno mai prestato attenzione a tale collezione, notificandola e iniziandone una serie e competente catalogazione come per ogni seria raccolta di pubblico interesse? Perché per Tre Secoli di Moda tutto questo è stato fatto, caricandone il fautore di oneri senza un’adeguata campagna informativa e di tutela di tutto il patrimonio raccolto amorevolmente nel corso degli anni? Collezione che accoglie l’unico abito certificato di Donna Franca Florio, nata dei baroni Jacona-Notarbartolo di San Giuliano, inventariato e notificato dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, al n. DAB 149, protocollo 1123 del 2010, con decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 e applicazioni della legge 101232 del 26.11.2009.

Non limitiamoci a vedere un abito e basta, qualche trina consunta o un cappellino retrò, ma vediamo il vero significato che si cela, più o meno distintamente, dietro tutto questo. La nostra memoria è quella che veste questi abiti, sussurrandoci ciò che siamo stati e che, dentro di noi, siamo ancora. Non solo la Sicilia dei Gattopardi, delle serate danzanti e dei salotti colti, ma la Sicilia, terra millenaria dal respiro che sa di eternità. Non abbiamo bisogno di inventare, camuffare, arrampicarci sugli scivolosi muri del millantato. Non ne abbiamo mai avuto bisogno, anzi…

Abito attribuito a donna Franca Florio

E, come scrisse il già citato Giuseppe Tomasi, il cui nome e la cui memoria sono troppo spesso abusati da macchiette urbane, novelli, tristi e autoproclamati gattopardi, la causa di tutto questo non è altro che vanità che in noi siciliani è sempre stata “più forte della miseria”.

(*) Giornale di Sicilia- domenica 2 febbraio 1997- pag. 24 edizione Palermo