Dalla nostra inviata a Segesta Alessandra Tavella riceviamo e volentieri pubblichiamo

MARINAI, PROFETI E BALENE

di Alessandra Tavella

Poco tempo fa sentendo Capossela definirsi un “viaggiatore da fermo”, mi sono trovata a riflettere su come sia un dono riuscire a trovare situazioni che ti facciano sentire a casa, anche quando magari una casa nemmeno ce l’hai. Così, raccontava di come si fosse sentito a casa vivendo nella stanza insonorizzata di un motel, o in una precisa strada di una precisa città; guardando i volti e sentendo le voci delle persone amate, o ancora ascoltando i dialetti, certe frasi che appartengono a culture antiche e che danno il “senso del buon senso”.

E chi ieri sera ha avuto la fortuna di salpare con lui, accogliendo l’invito di godersi un viaggio in terre sconosciute – anzi “dall’altra parte della vita”- credo non abbia potuto fare a meno di sentirsi a casa. Così come Vinicio stesso, che abbracciava con gli occhi e con l’anima lo spettacolo del Teatro Antico di Segesta – visibilmente emozionato dal luogo, scenario delle nostre radici, di quella che potremmo universalmente definire la terra dei padri – tanto da baciarne il suolo.

Così, arruolati dal “Capitano nella sua commedia marina”, siamo stati travolti in un viaggio visionario che vede come protagonista l’uomo e il proprio destino e come scenografia il mare, anzi per essere più precisi, la “letteratura di mare”, ma non solo. Bellissima è stata la premessa al viaggio in cui l’artista ha precisato come, in un periodo in cui imperano i tagli alla cultura e alla scuola, abbia deciso di lavorare interamente sui libri: “In un momento difficile come questo – spiega Capossela – ho sentito il bisogno di studiare, perché siamo noi i primi a dover preoccuparci della nostra cultura e inocularla nel Paese, se dall’alto non vengono stimoli in questo senso”.

Fagocitati all’interno di una imbarcazione che ingloba costole di balena, ornata di funi, conchiglie, dobloni e frammenti di relitti restituiti dalla risacca del mare, con giochi di luci spesso lasciati all’effetto del vento su fiochi lumini, abbiamo ascoltato le voci dei personaggi di Melville, di Conrad, di Coleridge, di Céline, di Omero ma anche di Giobbe, degli dei e di Dio. Accompagnati da equipaggio e mezzi di bordo di tutto rispetto e con uno sfoggio di strumenti musicali sorprendenti, ci siamo imbattuti in mostri, balene, ninfe, pendagli da forca, fuochi fatui, presunti cannibali, ciclopi avvinazzati, madonne di conchiglie, amanti, sirene, cantori e altro, con l’accompagnamento di cori poliedrici, o di sapore retrò come quello delle Sorelle Marinetti.

In mare aperto abbiamo guardato in faccia i mostri che albergano dentro ognuno di noi, “cose enormi come la morte, l’anima, l’amore, la paura, Dio (…)Tutto quello che è infinitamente più grande di noi, eppure sta in noi.” E abbiamo appreso nostro malgrado, che siamo tutti preda del mostruoso Leviatano, privati di virtù, conoscenza e del nostro stesso destino.

Noi comunque ringraziamo Vinicio Capossela, per averci guidati in questa avventura sotto il cielo stellato di Segesta, per averci tenuti con il naso all’insù mentre ascoltavamo “le Pleiadi”, per averci ricordato Saffo e i banchi di scuola, per averci svelato che – se le sirene di Omero rivelano “la vita non così com’è ma come avrebbe dovuto essere” – la sirenetta Printyl invece, ha saputo ben mettere a frutto le potenzialità della sua metamorfosi… E ancora: che il candore spettrale affascina e atterrisce, che c’è chi pur avendo otto braccia è costretto ad abbracciarsi da solo, che è bello stare dalla parte di Spessotto, che così come la ferita di Telefo inferta dalla lancia del pelide Achille restava perennemente aperta, ci sono ferite d’amore che non guariscono mai.

Foto copyright gentilmente concesse da Salvatore Annaloro: