di Pippo La Barba

Foto: Giulia MAGGI’

Con un soggetto teatrale tratto da un suo racconto intitolato “Sette sedie e un presepe” ritorna alla ribalta lo scrittore e regista Franco Carollo, dopo le molteplici prove di teatro civile che sin dal 1993 mette in scena. Fino ad ora sia i racconti che i testi teatrali di Carollo, in ultimo “Quelle imprescindibili magliette a strisce” sulla feroce repressione del 60 da parte del governo Tambroni che causò anche a Palermo quattro vittime, erano stati un compendio degli assassinii per mafia o comunque per causa di giustizia avvenuti in Sicilia a partire dal 1947.

Quest’opera teatrale invece ha un timbro più intimistico. L’opera è stata rappresentata a Palermo in tre serate (dal 7 al 9 luglio scorso) presso la galleria  “L’ALTRO Artecontemporanea” sita nel palazzo Petrulla.

Gli interpreti sono Anacreonte La Mantia nel ruolo del presepista detenuto di nome Alfredo, detto anche “tuttofiumi” per i “fiumi” di carta stagnola usati per allestire il presepe, e Maria Cristina Picone nel ruolo della moglie che da casa svolge un monologo, che è poi un dialogo, con il marito assente. Il fil rouge che lega i mologhi dei due coniugi è la voce narrante di Angelo Mangano.

Il testo dell’opera è ben costruito e anche gli attori, in primo luogo il protagonista Anacreonte La Mantia, appaiono convincenti nell’interiorizzare i rispettivi personaggi e nell’ambientazione della Palermo dei primi anni sessanta amante della musica rocchettara e roboante. Tuttavia l’opera di Carollo meriterebbe spazi meno angusti di quelli della saletta del Petrulla, sprovvista per altro di pedana per cui attori e spettatori sono a troppo stretto contatto. Anche la scenografia è quindi asfittica per l’estrema povertà di mezzi, anche se l’idea della porta risulta senz’altro indovinata perché separa idealmente due mondi contrapposti: quello autoreferenziale del direttore, che sfrutta il presepista per costruirsi un presepe personale, e l’altro, disperato e anonimo dei reclusi, tanto che lo stesso Alfredo ritorna alla sua vita senza identità quando il direttore non ha più bisogno di lui.

Ben scelti anche i motivi musicali e le canzoni accennate in sottofondo, adatta al testo e ben interpretata da Maria Cristina Picone in particolare la bellissima “Mi votu e mi rivotu”, che fu un cavallo di battaglia di Rosa Balistreri.

In defintiva una bella metafora di Franco Carollo, il cui epilogo tragico, l’uccisione del direttore del carcere da parte di Alfredo, lascia riflettere lo spettatore sull’eterno conflitto tra carnefice e vittima, che qualche volta porta al ribaltamento delle parti.