di Pippo La Barba

E’ quanto afferma il dottor Casamento, presidente dell’associazione “Società Siciliana per l’amicizia fra i Popoli”, costituita nel 1998 con l’obiettivo di dar vita a un confronto tra le culture, principalmente dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo.

Ninni Casamento è un funzionario regionale in pensione che in passato si è occupato di sanità (è stato amministratore straordinario della USL di Siracusa e commissario delle ex USL della provincia di Trapani). Si è interessato sempre degli aspetti culturali nelle relazioni tra i popoli. Negli anni 80 è stato segretario dell’associazione Italia – URSS, associazione a suo tempo fondata da Pompeo Colajanni, che intendeva incentivare l’amicizia fra i due popoli al di là delle ideologie contrapposte.

Gli chiedo da che cosa nasce questa sua convinzione che i popoli possano incontrarsi anche se hanno identità politiche che confliggono.
Ho sempre pensato – ribadisce – che gli interessi che possono cementare l’amicizia tra popoli diversi non sono influenzati da esigenze geopolitiche, che competono agli Stati ed ai governi, ma da quelle culturali. Oggi c’è per esempio una unità culturale, pur nella diversità, tra i popoli mediterranei anche se i rispettivi governi sono diversamente schierati nell’agone internazionale.

Perchè in passato questi popoli sono stati sempre lontani tra loro?
Perchè nell’ultimo dopoguerra tutti gli stati furono costretti a schierarsi in uno dei due blocchi essendo il mondo diviso ideologicamente. Ciò nonostante c’erano dei politici che andavano oltre questa visione e credevano nel dialogo fra i popoli. Esisteva già l’associazione di Colajanni. Diciamo che era in sonno, e io la recuperai.

Sino a quando durò?
Durò per parecchio tempo; poi, come ho detto, con la caduta del muro gli interessi culturali furono più liberi di esprimersi ed ebbero la meglio su quelli ideologici.
Così nel 1998 nacque l’associazione “Società Siciliana per l’amicizia fra i Popoli”.
Fu per così dire la mia scelta strategica. Prima di allora nessuno parlava della centralità della Sicilia.Oggi è possibile riscoprire la lingua e la letteratura siciliane e informare i giovani che quello siciliano è stato il primo Parlamento d’Europa, che Palermo nel 1200 era una grande capitale per cultura e numero di abitanti e “nessun’altra capitale europea poteva esserle paragonata” (Pierre Racine).

L’orizzonte si è quindi allargato, quali sono le vostre iniziative?
Stiamo cercando in tutti i modi di fare emergere –esclusivamente sul piano culturale- la vera identità siciliana: la lingua, la letteratura, i canti, le danze, il folklore, la gastronomia, insomma tutto ciò che di peculiare ha questa terra. Una valorizzazione della cultura siciliana insomma, aperta alla valorizzazione delle culture dei popoli. E il primo approccio alle culture è la conoscenza delle lingue.

In che senso?
Oggi c’è un processo in atto di globalizzazione dell’economia, il mercato ingloba tutto. Per questo la lingua e la cultura dei singoli popoli sono in sofferenza, si afferma un’unica lingua, come il latino al tempo di Roma imperiale. Noi operiamo con ben 36 lingue facendo dei corsi a Palermo e offrendo a chi lo desidera anche la possibilità di un perfezionamento all’estero.
All’Assemblea regionale è in discussione un disegno di legge per introdurre il dialetto siciliano nelle scuole…
Mi sembra una buona idea. Il siciliano scritto secondo me va standardizzato, come è avvenuto storicamente per l’italiano. Occorrerebbe una istituzione linguistica di alto prestigio tipo l’Accademia della Crusca per unificare i tanti dialetti letterari esistenti in Sicilia.