di Pippo La Barba

Alfonso Gagliardo è un cantautore e un cantastorie. Nato a Porto Empedocle, il paese di Camilleri, vive a Palermo. Nei suoi spettacoli propone brani originali da lui composti e brani rielaborati della tradizione siciliana (canti d’amore, di lavoro e canti di antiche ballate tratti prevalentemente dalle raccolte di Pitrè, Favara e Salamone Marino). Tra le sue composizioni più conosciute A bedda Sicilia, La partenza, Lassa ca veni dumani, Navicu ‘nmezzu u mari e Vola la varcuzza.

Con il gruppo “I Lumia” si esibisce in molti spettacoli in Sicilia riscuotendo notevoli consensi.

Con il Teatrino “ Atelier La Lucciola” di Palermo rappresenta con grande successo lo spettacolo itinerante di burattini “La fiaba di Tredicino” dedicato ai bambini. E’ presidente della commissione giudicante del concorso della canzone dialettale siciliana “Il Paladino”, giunto alla decima edizione e promosso dalla Associazione Ferroviaria di Palermo A.E.C.. Quest’anno nel “Memorial” in onore di Rosa Balistreri ha avuto il premio “Città di Licata” nella sezione “canzone” con il brano “Ventu d’amuri”.

Come è nata la tua passione per la musica folk e le storie?

Nei primi anni sessanta, io ero un ragazzo, mia madre accennava qualche motivo di vecchie canzoni dialettali siciliane, quelle che si cantavano nelle feste, o musiche da ballo incise nei famosi dischi a 78 giri. E così mi ha trasmesso la passione per la musica siciliana.

A che cosa ha dato luogo questa passione?

E’ stata l’inizio del mio percorso artistico. Da questo primo amore sono passato al rock. Poi, a partire dagli anni settanta, sono diventato un cantautore. Negli ultimi cinque, sei anni ho fatto il cantastorie.

Cantastorie si nasce o si diventa?

Io, come ti ho detto, lo sono diventato nel pieno della maturità. Ma anche se si ha una predisposizione innata, lo si diventa comunque. Bisogna acquisire un bagaglio culturale, un repertorio personale. La scuola è quella dei vecchi cantastorie, Busacca, Strano, Santangelo, Nonò Salamone ed altri. E poi si impare la tecnica, che è sempre quella di intercalare la narrazione con il canto. Io ho un mio modo particolare perchè non interrompo la storia con brevi attacchi, ma con interi brani.

Perchè in Sicilia, specialmente tra i giovani, si va perdendo l’interesse per il folklore?

Manca l’informazione. I media non si occupano di questo tipo di musica. In Sicilia i cantastorie in attività saremo in tutto sette,otto… E i gruppi folkloristici si sciolgono anzichè costituirsi. Non è un caso che questa tradizione è ancora viva la dove, per esempio ad Agrigento, ci sono manifestazioni di livello internazionale (la Sagra del mandorlo in fiore), che utilizzano decine di gruppi folk. Di contro il popolino predilige la canzone napoletana, che sta diventando l’unica espressione di sicilianità, mentre la nostra tradizione è un’altra: la jolla, la fasola e la tarantella erano danze di gruppo che si praticavano nelle campagne siciliane dopo il lavoro; poi i napoletani della tarantella hanno fatto il loro simbolo in tutto il mondo.

Che cosa si può fare per invertire questa tendenza?

Educare i giovani alla conoscenza delle nostre tradizioni e formare nuovi gruppi folkloristici.

Non fare morire l’antica arte del cantastorie.

Perchè il cantastorie rimane sempre legato al suo “luogo natìo”?

Perchè ne trae continuamente linfa per la sua ispirazione. Il cantastorie non è come il cantautore, che nasce in genere dialettale, vedi Modugno, ma poi si allarga in altri ambiti. E’ come il poeta dialettale, che non diviene mai un poeta in lingua. In questi artisti l’ispirazione nasce eslusivamente dai luoghi di origine, dai fatti della propria terra. Andare oltre vorrebbe dire snaturarne non solo il ruolo, ma anche l’anima.